EMPATIA
“Quando sono al posto suo” secondo me è la corretta premessa quando si parla di empatia, ancor meglio di “se fossi al posto suo”.
Perché? Perché siamo stati e siamo continuamente “al posto suo”, non c’è bisogno di immaginare il “se fossi”.
Siamo stati e siamo tutti responsabili, colleghi e collaboratori al tempo stesso, gestiamo e siamo gestiti. Siamo clienti e siamo fornitori, acquistiamo e vendiamo prodotti o servizi.
Sappiamo perfettamente cosa significa e cosa si prova quando si è dall’altra parte, perché ci capita ogni santo giorno.
E naturalmente tutti noi abbiamo qualcuno a cui rendere conto del nostro operato, nel lavoro come nella vita privata. Sempre.
Quindi, quando mi trovo al posto suo:
- cosa mi piace sentirmi dire?
- come vorrei essere trattato?
- cosa vorrei leggere nelle email a me indirizzate?
Per estensione:
- cosa non vorrei sentirmi dire per nulla al mondo?
- come non vorrei essere mai trattato?
- cosa non mi piace leggere in una email indirizzata a me?
Farsi queste domande regolarmente potrebbe bastare e avanzare per alimentare un vero approccio empatico.
Sappiamo bene cosa significa per quella persona stare di fronte a noi in quel momento e cosa sta provando.
Ci succede tutti i giorni.
APPROCCIO WIN WIN
Beneficio reciproco. Una terza soluzione, addirittura migliorativa rispetto alle posizioni iniziali. Ecco di cosa parlo. Tutto un altro mondo rispetto al mero compromesso. Con l'approccio Win Win stai vincendo tu e sta vincendo il tuo interlocutore. Quando si vince in due si è felici tutti e due, si ottiene una performance che va oltre le migliori aspettative di entrambe le parti. Soluzione terza migliorativa, beneficio reciproco, appunto.
Se già nelle premesse l’altro vince e tu perdi, la collaborazione non può durare a lungo, ammesso che inizi. Arriva il giorno in cui dici all'altro “Non mi va più bene. Anzi, non mi è mai andata bene”. A quel punto è dura recuperare.
FEEDBACK
Tenere informate le persone con le quali lavoriamo è una modalità tra le più efficaci per creare coinvolgimento, motivazione e spirito di squadra. Direi anche tra le più semplici, spesso basta solamente ricordarselo.
Basti pensare, vista in prospettiva contraria, a quanta frustrazione, demotivazione e isolamento generi il venire a conoscenza casualmente di notizie che ci riguardano o ben dopo altre persone.
Senza parlare poi delle ripercussioni, in termini di mancata efficienza, causate da informazioni assenti o non adeguate.
Vedendo da vicino gli effetti generati da un riscontro costante, specie tra responsabile e collaboratori (ma vale lo stesso tra clienti e fornitori), credo sia sempre opportuna una riflessione accurata e molto attenta vista la "posta in gioco".
Mi sono “innamorato” di un mio capo quando mi ha fatto una lavata di testa che metà bastava. È che l’ha fatto nel modo giusto, così io ho capito e apprezzato.
Il feedback negativo può giocare un ruolo spartiacque, si conquista o si perde una persona. Spesso suscita timore e imbarazzo in chi il feedback lo deve trasmettere, frustrazione e risentimento in chi il feedback lo deve ricevere. “Avrà pure ragione ma per come me l’ha detto e per le parole che ha usato con me ha chiuso”. Quante volte sento questa frase. Di solito è l’inizio della fine.
Sul fronte del feedback positivo in genere vige la seguente regola tacita: quando una persona genera un rendimento buono o molto buono, "ha fatto solamente il suo dovere". C'è una bella differenza tra fare il proprio compito e farlo bene o molto bene. E fa una bella differenza sottolinearlo comunicandolo o sottacerlo.